Crescita industriale e sete collettiva: il paradosso dell’acqua tra sviluppo e diritti
Regionale
Febbraio 16, 2026
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Crescita industriale e sete collettiva: il paradosso dell’acqua tra sviluppo e diritti
Mentre in molte città italiane si moltiplicano le ordinanze che limitano l’uso dell’acqua potabile, con rubinetti a singhiozzo, autobotti nei quartieri periferici e agricoltori costretti a razionare l’irrigazione, una parte del sistema produttivo continua a espandersi come se la risorsa idrica fosse inesauribile. È qui che emerge una contraddizione sempre più evidente: da un lato le necessità primarie dei cittadini, dall’altro i grandi investimenti industriali che, per loro natura, richiedono enormi volumi d’acqua. La notizia dell’ampliamento dello stabilimento De Cecco presso Ortona rende plastico questo squilibrio. Dal punto di vista economico, la notizia viene presentata come un successo: crescita, occupazione, competitività internazionale. Ma c’è un elemento che rimane sullo sfondo e raramente entra nel dibattito pubblico: l’impronta idrica di questo modello. La trasformazione industriale del grano in pasta, la pulizia degli impianti, il raffreddamento dei macchinari, i processi di lavorazione e confezionamento richiedono grandi quantità d’acqua, spesso prelevata da falde già stressate o da reti idriche che faticano a garantire il fabbisogno domestico. Il paradosso è tanto più stridente se si guarda alla realtà quotidiana di molti cittadini. Non si parla più soltanto di limitare gli sprechi o di ridurre i consumi superflui: in alcune aree l’acqua manca per lavarsi, cucinare, pulire, vivere. Ci sono famiglie costrette a programmare le proprie giornate in base agli orari di erogazione, scuole e attività che chiudono in anticipo, anziani e persone fragili che dipendono dalle autobotti. In diversi territori e frazioni cittadine la privazione è così persistente da rendere perfino difficile, se non impossibile, abitare stabilmente: senza acqua non si possono garantire igiene, salute, sicurezza. Viene meno il presupposto stesso della vita civile. È qui che l’allarme sociale diventa evidente. L’acqua non è un comfort, ma la base dei bisogni essenziali. Quando manca, non si parla più di qualità della vita, ma di sopravvivenza. E mentre i cittadini rinunciano alle docce, accumulano taniche e si arrangiano con soluzioni d’emergenza, l’espansione industriale procede con nuovi impianti e linee produttive che inevitabilmente aumentano la pressione sulla stessa risorsa. Non si tratta di demonizzare l’industria alimentare, né di negare l’importanza economica di stabilimenti come quelli di Ortona o Fara San Martino. Il settore genera lavoro, indotto, identità territoriale. Tuttavia, la questione non può essere ridotta a un’alternativa secca tra sviluppo e ambiente. Il nodo è politico e culturale: quale priorità assegniamo alla risorsa idrica? Chi decide come viene distribuita? E soprattutto, chi paga il costo delle scelte? La crisi climatica rende queste domande ancora più urgenti. Le estati sono sempre più lunghe e secche, le precipitazioni irregolari, le falde si abbassano. In questo contesto, pianificare ampliamenti produttivi senza una valutazione trasparente dell’impatto idrico significa perpetuare un modello miope. Ogni nuovo impianto dovrebbe essere accompagnato da investimenti obbligatori in riciclo delle acque, sistemi di riuso, riduzione degli sprechi, compensazioni ambientali e monitoraggi pubblici dei consumi. Il rischio, altrimenti, è quello di alimentare una frattura sociale profonda: da una parte i cittadini chiamati al sacrificio quotidiano e privati perfino dell’essenziale, dall’altra le grandi aziende autorizzate a crescere senza limiti percepibili. Una frattura che mina la fiducia nelle istituzioni e nella stessa idea di equità. L’acqua non è solo una risorsa economica: è un diritto fondamentale. E quando il diritto entra in conflitto con il profitto, la politica dovrebbe intervenire per ristabilire le priorità. Se l’espansione industriale non è compatibile con la sicurezza idrica di un territorio, allora è il modello di sviluppo che va ripensato, non la dignità dei cittadini che devono convivere con i rubinetti vuoti. In tempi di scarsità, la vera modernità non è produrre di più, ma garantire prima di tutto che nessuno resti senza acqua. Perché senza acqua non c’è crescita, non c’è comunità, non c’è casa: c’è soltanto un territorio che si svuota.
Vittoria Camboni – Referente provinciale di AVS per il problema idrico
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