Quell’operaio intellettuale: un ricordo di GIORGIO CERASOLI di Nicola Primavera
Regionale
Novembre 18, 2025
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Ho fatto parte di una generazione di sindacalisti che ha sempre ritenuto fondamentale, per la propria formazione sindacale, politica ed umana, il rapporto con gli operai delle fabbriche nelle quali si an- dava, quotidianamente, a svolgere la propria attività di difesa e tutela dei loro diritti. Soprattutto il confronto era molto ricco e stimolante, pieno, tante volte, di alti contenuti politici e culturali, con le compagne ed i compagni dei Consigli di Fabbrica e delle stesse Rsu. Questa considerazione mi viene naturale farla a seguito della dolorosa scomparsa, pochi giorni fa, di Giorgio Cerasoli, storico esponente della Filcem Cgil della Fater, azienda il cui ambiente sindacale ho sempre personalmente considerato “l’università della contrattazione aziendale” che si esprimeva in modo unitario e rilevante in occasione della elaborazione dei contenuti delle piattaforme rivendicative che si definivano con la partecipazione attiva dei lavoratori, in modo da arrivare ad integrativi aziendali che, è bene sottolinearlo, tuttora, nella vita aziendale, sono importanti, significativi ed innovativi. Va inoltre rilevato che Giorgio Cerasoli è stato un dirigente provinciale e regionale della Filcem, il sindacato dei chimici: sindacato di categoria storicamente particolarmente attento, come è noto, alla contrattazione aziendale. Ricordo i suoi lucidi interventi nelle assemblee sindacali all’interno della sua azienda, la Fater, ma anche nelle riunioni delle strutture sindacali: le sue appassionate argomentazioni erano sempre puntuali e le sue analisi un prezioso punto di riferimento per i lavoratori e la loro unità. In definitiva, ritengo, sulla base della mia esperienza sindacale, che se all’interno di una grande realtà produttiva, come la Fater, il sindacato ha svolto un ruolo fondamentale nel miglioramento dei diritti e delle condizioni di vita dei lavoratori, un grande merito va a uomini come Giorgio Cerasoli, tanto rigorosi quanto pragmatici nell’individuazione delle soluzioni ai problemi. Va anche ricordato che anche grazie al suo impulso, dal 2000 al 2003, si diede vita proprio alla Fater ad un periodico La locomotiva che è stato elaborato e diffuso dal Comitato degli Iscritti della Cgil ed in questa circostanza ho avuto, personalmente, l’occasione di scoprire il Giorgio Cerasoli brillante corsivista con la sua rubrica “Punto e Virgola”. I suoi corsivi ironici e corrosivi, sulla at- tualità politica e sindacale di quegli anni, rappresentavano un punto di riferimento stabile all’interno del giornale della Filcea Cgil ed hanno sempre fatto discutere i numerosi lettori del periodico di cui circa tre anni fa ho provveduto a pubblicare il Reprint con il titolo «se gli operai diventano giornalisti». Quindi un uomo di grande cultura e sensibilità sociale che si esprimeva particolarmente nella scrittura, in anni complessi e difficili come gli anni ottanta e novanta del secolo scorso, che aveva molto a cuore, con orgoglio, la propria condizione di operaio. Ed infatti bersagli della sua critica feroce ed arguta sono stati tanti personaggi della Prima Repubblica: Spadolini, Craxi, Tanassi, ma anche quelli della Seconda Repubblica come Berlusconi, Bossi, Fini e poi in politica estera, la politica dei muscoli Usa ai tempi di Reagan e Bush, ai problemi della inflazione, ai “rimpasti” o verifiche di governo, ai temi della globalizzazione, al conflitto d’interessi, alla devolution… Confesso che, nella lettura dei suoi corsivi, in alcuni momenti, la mia memoria è andata ad un cele- bre polemista che certamente Giorgio, tantissimi anni fa, leggeva sul quotidiano del suo partito, L’Unità: Mario Melloni, cioè Fortebraccio. Alcuni suoi scritti, con ironia sferzante, mi hanno richiamato i contenuti dei celebri corsivi del più famoso polemista del dopoguerra. Per rendere un’efficace idea del grande ed originale livello delle sue riflessioni riporto un Punto e Virgola di Giorgio Cerasoli pubblicato sul numero di Gennaio 2002 del periodico La Locomotiva il cui contenuto ritengo sia, tuttora, di estrema attualità: La Modernità. «Modernità è indubbiamente oggi la parola più gettonata e il concetto più agognato, per dire che sei meglio degli altri dici che sei molto moderno, se vuoi offendere qualcuno gli dici che è fuori dalla modernità. Che cosa ci sia poi dietro questa parola, in realtà, non si sa; chiunque può metterci quel- lo che vuole; chi il potere economico-finanziario ci mette i suoi interessi che chiaramente diventano interessi dell’umanità; i molti che questo potere non ce l’hanno ci mettono il telefonino oppure, se sono degli “intellettuali” internet. Anche in politica la gara è a chi è più moderno; la stessa sinistra insegue questo traguardo miscelandolo, ogni tanto, con parole come solidarietà e giustizia, tanto per variare. Sfugge a molti che se la modernità è tecnologia avanzata, la gestione dei valori dell’uomo è inevitabilmente nelle mani di pochi, che diventano sempre più pochi: tanto per parlare di democrazia. Modernità vuol dire, in definitiva, vivere nella propria epoca e quindi è una condizione di vita, non una sua qualificazione. Per capirci: ve l’immaginate oggi una signora che dice al marito: per piacere non indossare quella orrenda tunica gialla! O un padre che sgrida i figli perché non trova più la clava? Capito il trucco? Il contenitore è diventato il contenuto! Tu puoi scegliere tutti i bidoni o bidoncini che vuoi, quello che c’è dentro non conta, anzi semplicemente non esiste. Se cerchi di metterci qualcosa subito ti danno un bidoncino più piccolo per essere messo là dentro. Conclusione: questa parola è un trucco. Ripartiamo dalle parole che esprimono idee, concetti, e valori; forse non è troppo tardi!». E mi sono rimaste particolarmente presenti le sue ultime considerazioni quando ci siamo visti qualche tempo fa e, naturalmente, il discorso non poteva che andare alla sua esperienza di vita come operaio: «negli anni alla Fater, a partire dai primi settanta, si era formato e sedimentato un gruppo dirigente Cgil (incredibilmente largo) fatto di operai al Nord degli anni sessanta, universitari abruzzesi del sessantotto, contadini di provincia e cittadini, insomma un popolo di donne e uomini in movimento alla ricerca della sua identità di classe e soprattutto culturale». Ritengo la bella lezione di vita di Giorgio Cerasoli più che mai attuale soprattutto per il movimento sindacale, per la stessa Cgil, alla ricerca di una nuova rappresentanza dei diritti dei lavoratori, senza dimenticare, ma valorizzandole, le importanti storie di militanza sindacale di tanti quadri e dirigenti operai che l’hanno resa, tuttora, il valido punto di riferimento di milioni di lavoratori.
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