Berlinguer: i giorni del dolore collettivo – M. Casale
ufficio stampa
Novembre 2, 2024
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“Enrico Berlinguer, una storia collettiva”, la rubrica sul sito di Sinistra Italiana Abruzzo
“Enrico Berlinguer, una storia collettiva” è la rubrica che Sinistra Italiana Abruzzo lancia, da oggi sul sito web. “Si tratta di una rubrica che intende raccogliere voci e visioni di chi ha scritto, conosciuto, riconosciuto o sta conoscendo pagine di storia che gravitano attorno a ciò che Enrico Berlinguer è stato e rappresenta, mentre nelle sale cinematografiche esce il film Berlinguer – La grande ambizione. Uno stimolo per promuovere un racconto collettivo, che generi riflessioni tra identità e prospettiva, nello spirito della partecipazione”, dice Daniele Licheri, segretario regionale Sinistra Italiana Abruzzo.
Si possono inviare testi basati su testimonianze o suggestioni tratte dal film a [email protected]
La rubrica “Enrico Berlinguer, una storia collettiva” è sul sito https://siabruzzo.it/
Pubblichiamo la prima testimonianza riflessiva: Mario Casale, negli anni ’80 segretario del PCI nella Marsica, da Avezzano scrive su “Berlinguer: i giorni del dolore collettivo”.
Berlinguer: i giorni del dolore collettivo
In qualità di segretario del Pci della federazione Marsicana partecipai al picchetto d’onore allestito a Botteghe Oscure, a Roma, sede storica del Pci, in occasione dei funerali di Enrico Berlinguer.
Furono momenti di emozione ancora presenti nella mia vita, tantissime persone, donne, uomini, giovani e poi tanti tanti operai e tutti visibilmente commossi; chi portava fiori, chi un fazzoletto rosso, chi alzava il pugno chiuso, chi faceva il segno della croce, chi mandava un bacio…emozioni a non finire e lacrime che scendevano irrefrenabili… insomma un fiume indimenticabile di donne e uomini ad accompagnare l’ultimo viaggio.
Solo dopo elaborai quell’esperienza intensa che fece capire a me, giovane funzionario di partito, quanto grande fossero il rispetto e l’amore per quel dirigente di partito così schivo, eppure così popolare e amato.
L’austerità, il compromesso storico, l’eurocomunismo e anche lo strappo con Mosca, che costituirono i tratti essenziali della figura del segretario, da soli non bastano a comprendere la commozione profonda e il lutto di gran parte del popolo italiano in quei giorni.
Si era instaurato un mutuo legame tra l’idea di libertà come liberazione umana da ogni forma di oppressione e di sfruttamento, come bisogno di eguaglianza e arricchimento morale e le classi lavoratrici che ne erano le destinatarie. Un legame invisibile, eppure molto forte con quella gran parte di popolo che con il Pci di Togliatti e Berlinguer era cresciuto e si era formato nella scuola delle sezioni.
La partecipazione attiva alla vita delle sezioni era il tratto distintivo di quel partito che gli consentiva di relazionarsi con quella parte della società che voleva difendere ed emancipare. Insomma, ci troviamo di fronte a un vero capo popolo, a differenza di oggi con tanti leader, o presunti tali, con il vuoto intorno. Berlinguer aveva un partito, tante sezioni e tante discussioni di militanti e dirigenti. Senza correnti organizzate, come semplicisticamente si leggeva e si legge ancora. Ma tante persone dirigenti e iscritti che trovavano nella sezione la sede giusta per confrontarsi ed elaborare, che al massimo si riconoscevano in un’area di pensiero e soprattutto non lasciavano solo il segretario, pur nella polemica schietta e leale. Si chiamava liturgia, ironizzando.
Ma intorno al segretario c’erano dirigenti come Tortorella, Natta, Chiarante, Amendola, Napolitano, Ingrao, Bufalini, Pecchioli, Paietta, Nilde Iotti, e poi ancora Occhetto, D’Alema. Tutti dirigenti che contribuirono nella diversità non solo a potenziare il partito, ma a valorizzare le riflessioni e la statura morale e politica di una grande personalità progressista. C’era un filo conduttore che consentiva a quel partito di essere unito e riconoscibile anche a tante persone semplici che lo apprezzavano per un senso di giustizia innato e volontà di cambiamento della realtà in cui vivevano. Berlinguer non dimenticava mai di vivere in una società capitalistica in cui il consumismo e l’individualismo dettavano le regole non solo di mercato. Una ripulsa dei valori dominanti la cui alternativa era rappresentata dal valore della solidarietà di classe e di tutti gli oppressi e degli sfruttati. “E invitava sempre a calare questo valore della solidarietà dentro una politica di trasformazione, anche in polemica con i partiti socialdemocratici europei che, in virtù di una politica concreta e realista, nei fatti era diventata adattamento alla realtà così come essa è, perdendo la propria autonomia ideale e politica dal capitalismo”.
E anche il tema della “diversità” merita un approfondimento compiuto, e comunque mai intesa come superiorità.
La principale diversità, rispetto agli altri partiti, non è rappresentata solo da requisiti morali e culturali, comunque una premessa della buona politica, ma dalla tenacia nel lavorare “e nel combattere per un cambiamento della società, tesa a costruire una “società di liberi e uguali”, un modo per stare nella storia con la passione e la tensione costanti e con la speranza che ci anima in quanto rivoluzionari”. Insomma, la direzione marxista è sempre presente.
La sua scomparsa di fatto spezza il filo conduttore costruito con pazienza e umiltà con gran parte del popolo e accelera una deriva, forse anche inevitabile, moderata e priva di una identità di classe, specialmente dopo la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica. In realtà ci fu qualche tentativo di ammodernamento politico prima dell’89, in particolare con Occhetto, ma fu un tentativo non riuscito perché fatto in solitaria, senza un coinvolgimento di dirigenti e sezioni che tanto avevano contribuito a rendere popolare e di massa quel partito e il suo segretario.
Cominciava ad affermarsi il leader, come già accadeva negli altri partiti, che individualmente decideva e allentava suo malgrado il legame con le sezioni, il gruppo dirigente e quella visione di classe della società. All’orizzonte si scorgevano già il partito leggero e liquido e l’affermazione di un capitalismo senza avversari.
Senno di poi? Francamente non lo so. Ma durante la mia esperienza di funzionario segretario di federazione, che conclusi con le dimissioni poco prima dell’89, mi sentivo responsabile di tutto quello che mi accadeva intorno e oltre, per la formazione ricevuta secondo cui “il partito veniva prima di tutto”; mi impegnavo costantemente per cercare nel mio piccolo di cambiare la società, richiamandomi alle indicazioni del partito e dei suoi dirigenti, in particolare di Berlinguer. Con una fatica immensa e senza esiti apprezzabili.
Un funzionario di provincia cresciuto politicamente con il partito di Berlinguer che improvvisamente si ritrovò da solo senza nessuna sponda e con il partito ormai in via di superamento, con le aree che si frantumavano e le ambizioni fino ad allora sopite dei dirigenti si manifestavano in tutta la loro durezza.
Verificai personalmente l’indifferenza e l’isolamento da cui ero circondato e la scomparsa di Berlinguer di fatto mi rendeva straniero dentro un partito che avevo amato dall’adolescenza.
E mi dimisi.
Da allora non ho sentito alcun richiamo identitario che parlasse con consapevolezza di cambiare la società, di rinnovata critica al capitalismo, di lotta all’individualismo e di riscoperta della solidarietà per gli oppressi e gli sfruttati e per quanti fuggono dalle guerre e dalle persecuzioni.
In verità qualche richiamo pure vi è stato, ma solo buone intenzioni frustrate senza interventi concreti in coerenza con gli ideali del cambiamento e della trasformazione della società.
Sento il bisogno di un partito o di un movimento in grado di ricostruire quel filo rosso che ci legava a gran parte di quel popolo che volevamo rappresentare ed emancipare. Dobbiamo tornare a lavorare insieme, costruire le sedi del confronto e in particolare le sezioni strutturate come filo diretto con la società intorno e connetterci con il malessere, l’indifferenza ma anche la speranza di gran parte di popolo che si astiene perché non vede la possibilità del cambiamento; e a batterci per la trasformazione di questa società, soprattutto davanti a razzismi, nuovi fascismi e sfruttamento di lavoratrici e lavoratori, oggi così impreparati e indifesi.
Alla fine, secondo me, è questo il motivo per il quale tante persone hanno pianto al funerale di Berlinguer: se ne andava un grande difensore della solidarietà e della giustizia sociale e si presagiva la difficoltà di dare continuità a una battaglia che ha segnato per decenni il Novecento e che comunque ha migliorato le condizioni di vita e di lavoro di lavoratrici, lavoratori e pensionati.
Mario Casale
I virgolettati tratti da “BERLINGUER Attualità e futuro”, con prefazione di Massimo D’Alema “documenti dal 1975 al 1984”
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